
Come si comincia a parlare di un libro che ci ha distrutto dentro?
Dove si trovano le parole per esprimere una rabbia e un dolore logoranti?
Quella sensazione che ti fa tremare le ossa e ti fa contorcere la pancia in preda ai singhiozzi?
Non so come altro cominciare questa recensione su un libro che tanto è riuscito a darmi nonostante inizialmente non mi avesse colpito.
Stiamo parlando de La Lama dell’Assassina, prequel contenente 5 novelle che ci raccontano il passato di Celeana Sardothien, spietata assassina del regno di Adarlan.
Il libro ci fa immergere completamente nelle vicende già dalla prima pagina, ma, ahimè, la prima novella è riuscita a trasmettermi davvero poco. Forse per colpa dell’ambientazione, una baia di pirati in mezzo all’oceano, o per lo scarso coinvolgimento emotivo e mancanza di empatia nei confronti di una protagonista che sembra non essere altro che una spocchiosa e arrogante ragazzina.
Ma poi le cose cambiano. Assistiamo a un percorso di crescita pazzesco, a un crescendo di emozioni incredibile che ci porta alla distruzione e alla comprensione del personaggio a livelli esponenziali.
Celeana cresce, Celeana soffre e comprende che tutto ha un prezzo. Niente può essere dato per scontato, e niente, niente può essere davvero sottovalutato.
La storia di Celeana ci racconta cosa vuol dire prendere consapevolezza di sé stessi, cosa significa mettere in discussione le proprie scelte, cosa comporta seguire i propri ideali, e cosa significa amare.
Veniamo catapultati in vicende tanto avvincenti da lasciarci con il fiato sospeso tutte le volte, piene di plot twist che rendono la trama ancora più interessante e con personaggi ben costruiti che fanno da coronamento allo sviluppo di una storia con gli attributi.
E poi arrivano le lacrime, arriva il dolore e la rabbia. Arriva l’odio e quella disperazione che porta Celeana sull’orlo del baratro. Arriviamo a voler conoscere con lei l’odore della vendetta, riusciamo a comprendere le sue azioni, una dopo l’altra, fino alla fine.
E ne vogliamo sempre di più, siamo lì, con il respiro interrotto, a girare pagina dopo pagina fino a chiudere il libro e fissare il vuoto per minuti interi.
Questo è per me quello che deve trasmettere un buon libro. E la Maas non si smentisce mai.